Per rendere più completo il nostro Speciale maturità e soprattutto per ricordarne la morte, pubblichiamo la biografia del grande poeta, filosofo e scrittore nato a Recanati il 29 giugno 1798 e morto a Napoli il 14 giugno 1837.
Giacomo Leopardi ha saputo, con la sua poesia, dare voce a chi si sente escluso, emarginato dalla vita sociale, solo. Molti adolescenti, nella fase “ingrata” in cui hanno problemi di relazione con la famiglia, con gli altri e con la scuola, trovano conforto nelle liriche del poeta di Recanati, e si sono immedesimano nell'uccello protagonista di “Il passero solitario”: “Tu pensoso in disparte il tutto miri,/non compagni, non voli,/non ti cal d’allegria, schivi gli spassi”. Il pessimismo è centrale nei suoi lavori e anzi è l'elemento che porta i critici a dividere la sua opera in due fasi: quella del “pessimismo storico” (il male di vivere è legato alla situazione contemporanea, al periodo storico in cui vive Leopardi) e quella del “pessimismo cosmico” (l’infelicità è sentita come una condizione esistenziale ineluttabile che accompagna l’uomo da sempre). La vita di Leopardi è segnata in maniera decisiva dagli anni giovanili trascorsi nella casa paterna a Recanati, il “natìo borgo selvaggio”. Il padre, il conte Monaldo, era un uomo di vasta cultura, severo e freddo con i figli e la madre, la marchesa Adelaide Antici, donna rigida e dura, era completamente assorbita dai problemi finanziari della famiglia, ricca ma in fase di dissesto economico.
Giacomo Leopardi, che era fisicamente cagionevole ma di grandissima precocità intellettuale, si ritira nella fornitissima biblioteca paterna dove si rifugia nello studio. È un periodo deleterio per il suo fragile fisico e che in epoca successiva il poeta ricorderà, forse con una punta di rimpianto, come i “sette anni di studio matto e disperatissimo”. Sono anni di formazione in cui il giovane si costruisce un cospicuo bagaglio culturale (imparò il latino, il greco e l’ebraico) e compone opere di grande erudizione quali la “Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811” (1813) e “Il saggio sopra gli errori popolari degli antichi” (1815). Tra il 1815 e il 1816 si viene definendo quella che è la sua autentica vocazione attraverso la “conversione letteraria”, ovvero l’inizio della produzione poetica con “Le rimembranze” e l’“Appressamento della morte”. Dal 1817 comincia a redigere le note, gli appunti, le riflessioni filosofiche e letterarie che verranno poi raccolte nello “Zibaldone”. Intanto il suo isolamento viene interrotto dalla corrispondenza con Pietro Giordani, un importante figura di intellettuale che lo incoraggia e accoglie affettuosamente i suoi sfoghi per la vita a Recanati. Nel 1819 l’esasperazione del giovane per l’ambiente in cui è costretto a vivere tocca livelli altissimi: tenta di scappare da Recanati ma il padre scopre il suo progetto e lo costringe a rinunciare. Nel dolore nascono i grandi capolavori, e infatti il 1819 è anche l’anno in cui compone “L’infinito”, opera in cui la fallita fuga reale viene sostituita da una fuga mentale che gli permette di connettersi all’eternità, al passato e al presente e di proiettarsi in spazi senza limiti. Il tanto atteso viaggio lontano dalle Marche si verifica nel 1822 quando il poeta ha l’occasione di recarsi a Roma, dove soggiorna per qualche mese dallo zio Carlo Antici. La permanenza, però, si rivela una delusione poiché si trova a disagio negli ambienti letterari e neanche le rovine antiche della capitale riescono a scatenare il suo entusiasmo. Dopo il rientro a Recanati, nel 1824, comincia a dedicarsi alle “Operette morali”. Nell’opera l’autore affronta in prosa, spesso in forma di dialogo, una serie di questioni filosofiche. In “Il dialogo della Natura e di un islandese” traduce il disagio di vivere in immagini concrete di mali fisici e materiali: la Natura si rivela matrigna nemica e crudele per l’uomo condannato all’infelicità e alla solitudine. L’Islanda era, infatti, considerata all’epoca uno dei luoghi in cui le condizioni ambientali rendevano la vita degli abitanti estremamente difficile e dura. Nel “Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez” la situazione degli uomini che Colombo ha convinto a partire con lui, con la solitudine del mare e con i pericoli del viaggio, viene elevata a generale condizione umana. Nel 1825 un impiego presso l’editore milanese Stella gli consente di lasciare la casa paterna per andare a vivere tra Bologna e Milano. Nel 1828 scrive la famosa poesia “A Silvia” in cui riannoda i fili della memoria e dei ricordi per esprimere la delusione delle speranze giovanili, attraverso l’immagine della fanciulla bella e felice che, però, è condannata a una morte prematura. Nello stesso anno l’interruzione del rapporto di lavoro con l’editore Stella e l’aggravarsi delle condizioni di salute lo costringono a rientrare a Recanati. È un periodo terribile nel quale, però, vedono la luce i “grandi idilli”, capolavori assoluti della lirica mondiale: “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. In quest’ultima poesia la dolorosa condizione umana viene espressa per bocca di un pastore dell’Asia centrale, personaggio vicino alla natura e non compromesso dalle sovrastrutture mentali dell’uomo moderno. È uno dei più alti esempi del “pessimismo cosmico”: l’infelicità accomuna tutti gli esseri umani, dall’intellettuale Leopardi al pastore asiatico. Nel 1830 ha l’opportunità di lasciare definitivamente Recanati per andare a vivere a Firenze. Qui cura un’edizione dei suoi “Canti” e vive una passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti che si conclude con un’amara delusione (da questa frustrante storia sentimentale nasce il “ciclo di Aspasia”). Nel 1833 si trasferisce a Napoli e qui nasce l’estremo capolavoro: “La ginestra”. Di fronte a una natura matrigna e ingrata si staglia la ginestra, fiore che resiste alla sua potenza distruttiva. La lirica è percorsa da una polemica antireligiosa che con le sue idee spiritualistiche impedisce all’uomo di guardare in faccia la realtà della propria condizione dolorosa. Per superare questa fase negativa l’uomo ottocentesco deve volgersi all’ideologia illuminista, luce del secolo precedente. Il grande poeta muore a Napoli nel 1837.
Hanno detto di lui:
“Ciò che caratterizza la personalità leopardiana è un impegno appassionato, “eroico” per il suo strenuo bisogno e coraggio di intransigenza intellettuale e morale, che porterà il Leopardi ad impostare ed esaurire fino in fondo – con l’ausilio di una mente vigorosa e implacabile – successive posizioni ed esperienze che riprendono la grande eredità del pensiero settecentesco rinnovandola energicamente alla luce della problematica primo-ottocentesca sia che il Leopardi attacchi lo “snaturamento”, l’alienazione dell’uomo dalla natura, sia che poi viceversa aggredisca, con più matura persuasione, gli inganni ed i miti ottimistici e provvidenzialistici che mistificano la reale condizione dell’uomo e il vero volto della natura e dell’ipotetico suo creatore. Al centro vi è una inesausta passione per l’uomo (anche quando appaiono elementi misantropici, di un amore deluso, “par trop aimer les hommes” per dirla con Stendhal in “Lucien Lowen”), per la sua integrità. Sia che essa venga ritrovata nella sua adesione alla natura e alle illusioni generose da quella generate; sia che essa venga poi confermata nella sua virile capacità di riconoscere la sorte misera e tragica, senza accettarla in maniera passiva e rassegnata.” (Walter Binni)
“E proprio questa esigenza di smascheramento degli “errori barbari” del cattolicesimo che fa superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del 'valore sociale del vero' (per usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella 'fiera compiacenza' che è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai preclusa, l’ultima e paradossale forma di 'virtù' classicheggiante.” (Sebastiano Timpanaro)
“Nessuna poesia, come questa, sembra ignorare ascoltatori e lettori: il Leopardi non parla a noi, ma ci fa partecipi di un momento della sua vita interiore: il suo linguaggio non è quello di chi dichiara ad altrui una esperienza compiuta, ma quello con cui l’uomo si rivolge a sé medesimo” (Mario Fubini)
“L’adesione di Leopardi al classicismo in realtà resta assai forte, come mostrano la sua base filologica e letteraria, sia le sue scelte linguistiche e formali, che non si allontanano mai da una razionalità comunicativa, sia i suoi orientamenti filosofici, sempre legati ai fondamenti del razionalismo illuministico; e nettissimo è in ogni momento il suo distacco, anche polemico, dal Romanticismo italiano, dal suo modo di guardare alla storia, dalle sue tendenze religiose, dal suo moderato progressismo. Ma Leopardi non cerca un classicismo come armonico equilibrio e modello di comportamento sociale: dal classicismo egli ricava piuttosto una spinta agonistica, una volontà di esperienza 'forte' ignota ai romantici italiani; e così finisce col rompere alcune forme tradizionali di comunicazione, giungendo a una poesia assolutamente originale, estranea sia agli schemi classicisti sia a quelli romantici.” (Giulio Ferroni)
Paolina Leopardi di Stazio (forum Leopardi) Ella fu tanto simile a Giacomo, e come successe anche per Carlo, le loro vite si fusero quasi nelle simili speranze e nelle simili aspirazioni di gioia e felicità. Le illusioni di un matrimonio, come giustamente ricordava Lilian, furono molto dure ad abbandonare il suo cuore, ed ella sperò fortemente di poter abbandonare palazzo Leopardi, ma non vi riuscì mai. A proposito del suo matrimonio e del Canto a lei dedicato vorrei ricordare qui, trascrivendo, una testimonianza autorevolissima. “Canzone composta nell’autunno dell’anno 1821, quando Paolina Leopardi doveva andare sposa a un tale Andrea Perolidi Sant’Angelo in Vado nell’Urbinate, auspice di tal matrimonio un sacerdote originario di quei luoghi, don Natale Fucini, che Giacomo in qualche lettera ai suoi mette garbatamente in burla. Nel pacchetto X delle carte napolitane si conserva l’autografo che reca appunto la data suddetta, benchè taluno abbia letto 1822, perché vi si vede una correzione che lascia scorgere insieme un 2 e un 1. Questo però supera il primo numero, mostrando così di essere stato scritto posteriormente a correzione di quello. Ma anche ammettendo qualche incertezza nella scrittura (che non è), basta avere un po’ di familiarità coll’epistolario leopardiano per essere persuasi che questa poesia deve essere dell’autunno 1821. Infatti il 26 ottobre di quell’anno Giacomo scriveva al Giordani: “Paolina andrà sposa di un signor Peroli a Sant’Angelo in Vado, ma non prima di questo gennaio, come già ti scrissi ( il primo annunzio è del 6 agosto) e forse a primavera.” Il matrimonio poi non ebbe effetto; ma il Giordani che per un intero anno non aveva avute più lettere di Giacomo, nel gennaio del 1823 dimandava a questo, se la sorella era contenta della sorte e se aveva figli. Allora invece tentavasi combinare il matrimonio con un vedovo, col Cav. Marini, Direttore generale dei catasti a Roma, ma fu un’illusione della famiglia Leopardi. Appresso s’ebbero trattative con Raniero Roccetti di Filottrano, sul quale s’era posto l’occhio da qualche tempo, come appare dalla lettera di Carlo, 9 febbraio 1823, al fratello, ma queste pure sfumarono. E venne di nuovo in campo il Peroli. “questo buon uomo, scriveva Monaldo il 30 gennaio 1825 a Giacomo ch’era a Bologna, sentendola libera dal trattato di Roccetti, venne qua, e tutto fu combinato. Sposeranno, se a Dio piace, a novembre.” Ma da novembre le nozze furono differite al carnevale, dal Carnevale a Pasqua, da Pasqua a settembre, finché Peroli si stancò. Così i trattati di matrimonio per Paolina andarono tutti come le pratiche di Giacomo per un impiego.” [I Canti di Giacomo Leopardi, commentati da Giuseppe Piergili, G.B. Paravia e Comp. 1905. Pg.33] Ora che sappiamo di più su come la fanciulla visse nelle illusioni di un matrimonio, possiamo capire quanto ella soffrì quando vide svanire davanti, per motivi che non sappiamo, od almeno che io non so, le possibilità di una vita “realizzata”. Certo è che Paolina visse sempre sotto lo scacco della Madre, ed amò terribilmente il padre che assistette fino al capezzale. La madre era per lei una forza limitatrice, uno spettro che non le permetteva di esprimere se stessa a pieno, e questo ci è testimoniato sia dalle sue stesse lettere che da quanto ci dice la Teresa Teja Leopardi su quella che fu la sua cognata e la sua più cara amica, forse non senza interesse, durante il suo matrimonio con Carlo. Difatti ella ci racconta nella sua opera “Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia” che benché Paolina amasse fortemente la madre, ella non fu mai né una amica per lei, e né una vera madre, e quella carenza di affetto ella la riversava in qualsiasi rapporto umano che le si proponeva innanzi nella vita. Con le sue corrispondenti fu sincera ed amica fedelissima, mentre con gli uomini che si avvicinarono a lei dopo la morte di Giacomo, e dopo quella anche di Carlo, ella fu ingenua, si fece abbindolare da qualsiasi di questi spasimanti amatori del defunto fratello, depredando letteralmente l’archivio di famiglia, donando lettere e importanti autografi e libri a chiunque ne chiedesse in dono in nome della propria passione Leopardiana. In questo modo sono andate perdute moltissime lettere (basti pensare al caso Viani), molti scritti anche di Monaldo presumibilmente, ma soprattutto il manoscritto della canzone All’Italia, una perdita immensa per la filologia Leopardiana, per non parlare di altri manoscritti come quelli di altre opere. Monaldo la definì “tutta di tutti” e non errò credo, ma ella era così solo perché non trovò quella corrispondenza di amorosi sensi che tanto ella cercò e sospirò. Nel 1828 immagino che ella fu colpita da un dolore immenso quando morì il fratello Luigi. In Carlo quella perdita provocò un dolore immenso, tanto che abbandonò la casa paterna e nel 1829 contro il veto di Monaldo sposò la cugina Paolina Mezzagalli. Le due figlie che nacquero da questo matrimonio morirono, una appena nata e l’altra ad appena 11 anni, e possiamo immaginare il dolore che Paolina provò. Il 1847 vide la morte di Monaldo. Nel 1851, dopo che era morta anche la prima moglie di Carlo, che era sempre stata sin dall’infanzia amica di Paolina, morì anche Pietruccio come lo chiamavano (Pier- Francesco) e che dettò come ultimo suo atto di vita una lettera alla sorella Paolina. Il 1857, con la morte di Adelaide. Dopo la morte della madre ella amministrò i beni della famiglia che erano risaliti all’antico splendore. Infatti ella poté disporre di parecchio denaro, ampliò la biblioteca con acquisti anche ingenti di collezioni intere di libri per lo più di moderna letteratura, che era quella sulla quale ella si concentrava maggiormente, e diede una nuova faccia agli interni del palazzo, rimodernando gli arredamenti della camere e dei saloni. Fino ad allora, ci è tramandato, ella doveva farsi bastare quei pochissimi soldi per le proprie esigenze di vita che la madre le passava mensilmente e che a malapena bastavano a coprire le spese delle elemosine. La sua morte arrivò a Pisa, dove si era recata per poter visitare quei luoghi che tanto aveva sentito elogiati dal fratello e dove egli trovò il suo Risorgimento. Ella si recò lì ed alloggiò nel più lussuoso degli alberghi, e vi morì, dopo aver destato la curiosità del bel mondo Pisano che annunciò su una gazzetta la venuta della sorella del poeta e poi la sua morte. Tutto ciò avvenne il 13 marzo del 1869. La Teja ci tramanda queste parole sulla sua morte “Ma una gita imprudente ch’essa fece a Firenze su fine di febbraio, le cagionò una bronchite alla quale dovette soccombere. Arrivando a Firenze mi scriveva, che la mia lontananza era troppa perdita per lei, e che teneva alleviare la sua profonda tristezza col mutar sito. Tornò ben tosto a Pisa; ma soltanto per gettarsi a letto e dopo pochi giorni morire. Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa l’11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi colla sua grazietta infantile. “Hai fatto bene a venire, perché non so come avrei continuato a scrivere”. Spirò alle 2 ant. Del 13, edificando quanti la circondavano, colla sua pietà e rassegnazione. A presto e spero di non essere stato uno St(r)azio! Lorenzo P.S. per altre notizie sulla amministrazione del patrimonio Leopardi da parte di Paolina, del rapporto suo con la Teja e di quello che ebbe con i nipoti, rimanderei a Storie di casa Leopardi
Ripropongo qui un articolo bellissimo di Antonio Prete, che può benissimo riguardare il terremoto che ha colpito i fratelli cinesi. Il pensiero di Giacomo è sempre attuale.
Lo tsunami e la ginestra di Leopardi di Antonio Prete
Corpi lucenti su cartoline da eden e corpi sfigurati e straziati, sabbie con palmizi da pubblicità dell'altrove e cumuli di macerie tra fanghiglia e detriti. Le seconde immagini divorano le prime. Il disastro cancella ogni esotismo, annulla il prima della tragedia, ne mostra l'effimera consistenza. Il maremoto va al di là della sua area di impatto, scivola tremendo nelle regioni dell'Europa, nei suoi miti d'evasione, nel suo altrove formato pacchetto turistico. Ma il disastro si abbatte con maggiore ferocia sulla povertà e sulla miseria delle popolazioni locali, su paesi privi di ogni difesa, di ogni allarme, lontani anche da quel poco che la scienza ha potuto costruire quanto a sistemi di previsione. Appare, in una concentrazione spazio-temporale, e in maniera fortemente intensiva, quella distruzione dei viventi che la storia degli uomini persegue da sempre con le guerre e in modo assiduo, instancabile, violentissimo.
Se il disastro provocato dalla natura, dalla sua attività ed energia, è per così dire dispiegato alla vista e ai pensieri degli uomini, tutto esposto nella sua violenta e rapidissima crudeltà, il disastro delle guerre è reso opaco e in certo senso anestetizzato dalle pretese giustificazioni, dalle strategie, dalle esibite ragioni politiche, dal fatto che è diffuso in uno spazio geografico estesissimo, dall'abitudine alla notizia, dallo stesso nascondimento delle immagini: può anche accadere l'assurdo, com'è spesso accaduto, che cioè la guerra -distruzione sistematica degli esseri viventi e della stessa natura- possa essere ritenuta necessaria. Un disastro e l'altro disastro sono due forme dello stesso tragico. Commuoversi sull'uno e tacere sull'altro significa guardare solo dove i corpi straziati sono immagine, presenza, dove la morte appare prossima, possibile, contigua. Il primo disastro appartiene alla physis, appartiene a quel "ciclo di produzione e distruzione" che gli illuministi vedevano come proprio della natura, della sua vita. Il secondo disastro è frutto della violenza distruttiva portata da una ratio politica che pensa la guerra come strumento di dominio e di ordine, anche se maschera tutto questo con propositi democratici o, qualche volta, umanitari. Se molto poco l'uomo può dinanzi alla natura che distrugge e quel poco, che consiste nel prendersi cura del paesaggio naturale, nel rispettare la sua armonia, le sue leggi, il suo equilibrio, spesso è eluso o negato- molto può invece dinanzi all'altro ordine distruttivo che è rappresentato dalle guerre.
Da più parti si scrive questi giorni, dinanzi alle immagini di miseria e abbandono che vengono dal Sud-Est asiatico, di un "senso di colpa" dell'opulento e finora indifferente Occidente. Per attenuare questo senso di colpa, il rimedio sarebbe molto semplice, di quella semplicità che la politica spesso riconosce come ingenua o utopica o appunto impolitica: dislocare le spese militari, trasformarle in soccorsi e ricostruzione, dislocare gli eserciti di occupazione e trasformarli in eserciti di aiuto civile alle popolazioni colpite. Riprendere il discorso planetario- sul disarmo dovrebbe essere il primo atto di una possibile solidarietà.
Perché è ipocrita soccorrere da una parte e distruggere dall'altra. Si è riflettuto, questi giorni, sulla catastrofe, sul pensiero intorno alla catastrofe. Dopo il disastro di Lisbona del 1755 deflagrò nel sapere degli illuministi l'illusione ottimistica, e si avviò una riflessione che da Voltaire via via fino a Leopardi sottrasse certezze al sogno o progetto della "pubblica felicità": la catastrofe aveva messo allo scoperto la fragilità dell'individuo, del corpo individuale, la sua caducità, la sua insignificanza dinanzi alla lingua della natura, ma anche aveva mostrato l'incongruenza di una urbanizzazione che non assecondava le forme della natura, aveva infine mostrato quanto profonda fosse la distanza dalla natura perseguita strenuamente dalla civiltà.
Leopardi, dall'Epistola in versi di Voltaire "sur le dèsastre de Lisbonne" prende soprattutto l'ironia amara sull'ottimismo societario dei filosofi moderni, i quali pretendono di fare "des malheurs de chaque être un bonheur gènèral" ("dell'infelicità del singolo una felicità universale"): Zibaldone, 4175, 22 aprile 1826. Ma la meditazione leopardiana sulla catastrofe è consegnata, come tutti sanno, ai versi della Ginestra ("un'onda / di mar commosso" fa pensare all'evento tragico del Tsunami). Non è certo questo il luogo di un commento ad uno dei più grandi testi della nostra poesia, valga solo l'invito alla lettura, alla rilettura.
Tra i tanti straordinari passaggi, ce n'è uno che lega la riflessione sulla distruzione operata dalla natura alla riflessione sulla guerra (in molti passi dello Zibaldone Leopardi parla delle guerre moderne, considerate come effetto della congiunzione tra astrazione e violenza: la tecnica, propria della civiltà, astrae dal corpo del singolo, dal suo essere senziente e vivente, rendendolo invisibile, puro anonimo numero). In un passaggio della Ginestra il poeta dice che tra gli uomini "nobil natura" è quella che è in grado di riconoscere la propria condizione di sofferenza, quella che, sollevando gli occhi, senza veli, al "comun fato", accetta il proprio limite, "né gli odii e l'ire / fraterne, ancor più gravi / d'ogni altro danno, accresce / alle miserie sue . . . "
Le guerre, infatti, aggiungono miseria a miseria, distruzione a distruzione. Invece il legame tra i viventi, il considerare gli uomini "tutti fra se confederati" dinanzi alla violenza distruttiva della natura, e l'accettare la condizione umana di esposta mortalità, può dare nuovo fondamento ("altra radice") al "conversar cittadino", ma anche a "giustizia e pietade". E' insomma a partire dal riconoscimento della finitudine che appare necessario il legame tra i viventi: da qui si può ricomporre un principio di convivenza che non aggiunga la distruzione umana a quella naturale.
Ma è con l'immagine stessa del fiore che il bellissimo testo poetico consegna alla nostra meditazione sulla catastrofe una figura che è pensiero del tragico, pensiero nel tragico. La ginestra è il fiore del deserto, della lava, della distruzione. Per questo sa della sua mortalità. La finitudine è il suo orizzonte. Il sapere della morte è il suo respiro. La sua fragilità, la sua esposizione alla morte la sottraggono all'orgoglio di un preteso dominio sulla natura e sulla vita, la sottraggono all'illusione, propria degli uomini, di poter opporre al declino e al destino una storia progressiva, con le sue magnifiche sorti. La ginestra vive nella finitudine, nella sua consapevolezza, ma pur stando in questo orizzonte che accetta il limite, "consola" il deserto, cioè quello che è intorno a lei, lo consola con quello che ha di più impalpabile, e leggero, e invisibile: il profumo.
Testimone della distruzione, il fiore del deserto, nato sulla lava, non rinuncia al suo essere appunto un fiore, al suo colore, non rinuncia alla sua esistenza leggera e profumata. Questa fragilità che agisce non nell'orizzonte del potere -potere sulla natura, sulle cose, sugli uomini- ma solo nell'orizzonte della finitudine è, certo, la lingua stessa della poesia.
Ma è anche, per gli uomini, l'indicazione di un modo d'essere. Di uno stare al mondo. Il fiore sull'abisso: la vita stessa.
Con Leopardi entra in crisi il concetto di eroe come portatore di ideali in quanto egli li definisce vane illusioni.
Nella prima fase della poetica (il pessimismo storico) egli individua uno stato di Natura per sempre perduto in cui gli uomini vivevano felici grazie alla protezione della Natura benevola, che permetteva di coltivare i valori non ancora considerati caduchi ("La ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola" , Zibaldone, [14], pag. 10).
Gli unici eroi furono i classici in quanto vivevano in una condizione molto simile a quella dello stato di Natura credendo nelle illusioni non ancora distrutte dalla conoscenza .
Leggendo i classici, però, Leopardi scopre che anche in passato gli uomini conoscevano il dolore e scrive le due Canzoni del suicidio sulle tristi vicende di Bruto e della poetessa Saffo.
Ora la Natura è considerata "matrigna", negli uomini prevale un lucido raziocinio che distrugge gli ideali, riconosce l’ineluttabilità del dolore e aspetta la morte senza temerla.
Leopardi rinnega il suicidio sulla base della sofferenza comune e della solidarietà: il suicidio è la scelta più lucida e naturale per l’individuo, ma non spetta all’uomo infliggere ulteriori dolori ai suoi simili.
La fase del titanismo è caratterizzata dalla concezione di solidarietà espressa nel "Dialogo di Plotino e Porfirio", nel "Dialogo di Tristano e di un amico" e nel Grande Idillio de "La Ginestra".
Gli uomini hanno accettato la "filosofia dolorosa, ma vera" e respinto le illusioni e perciò decidono di unirsi per sfidare la Natura in una battaglia persa in partenza.
Se Foscolo ha potuto travalicare le sconfortanti conclusioni della ragione attraverso la fede nelle "illusioni", se Manzoni ha potuto approdare dall’iniziale formazione materialistica alla consolazione di una fede positiva, Leopardi afferma un materialismo rigoroso che riconosce il dolore ineluttabile e fonda su tale consapevolezza una nuova morale laica, invitando gli uomini a sostenere l’impari lotta contro la Natura stretti da un tenace vincolo di solidarietà.
..."ISLANDESE:..appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.
NATURA: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?...sempre ebbi e ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità...quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione...ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo"...
Questa Operetta Morale ha una grande importanza perché contiene la riflessione conclusiva di Leopardi sul problema della relazione tra l'uomo e la Natura. Precedentemente aveva definito la Natura benigna preoccupata di mascherare il dolore del vivere; ora, invece, concepisce la Natura come una potenza cieca e meccanica, indifferente alla sorte degli uomini.
..."Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme...per compiere nel miglior modo questa fatica della vita...E quando la morte verrà, allora non ci dorremmo: e anche in quest'ultimo tempo, gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che poi...ci ameranno ancora."...
In questa Operetta viene inserito per la prima volta il concetto di solidarietà, individuato nella conclusione del Dialogo, quando Plotino dissuade Porfirio dall'intenzione di suicidarsi; infatti Plotino descrive, al suo compagno, un'umanità unita da un fraterno legame d'amore e di reciproca pietà. Inoltre il poeta cambia il suo atteggiamento nei confronti del suicidio: ora, per lui, è un atto disumano, contrastante con la vita degli affetti dell'intera umanità.
..."Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor... ...Ogni più lieto giorno di nostra età primo s'involva. Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra della gelida morte. Ecco di tante sperate palme e dilettosi errori, il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno han la tenaria diva, e l'atra notte, e la silente riva."
In questo canto, la poetessa greca Saffo, sarebbe stata bruttissima e per questo respinta da Faone, da lei appassionatamente amato. Per questo motivo si sarebbe uccisa gettandosi dalla rupe di Leucade. Il canto è infatti il monologo della poetessa prima di morire, in cui vengono accusati la Natura e il destino colpevoli di averle reso impossibile la felicità negandole la bellezza e di averla condannata a una vita dolorosa e vana.
..."Troppo mite decreto quel che sentenzia ogni animale a morte, s'anco mezza la via lor non si desse in pria della terribile morte assai più dura. D'intelletti immortali degno trovato, estremo di tutti i mali, ritrovar gli eterni la vecchiezza, ove fosse incolume il desio, la speme estinta, secche le fonti del piacer, le pene maggiori sempre, e non più dato il bene"...
Questo è l'idillio della morte, del lento morire, dell'appassire della vita dopo la fine della giovinezza e delle illusioni. Come al tramontare della luna, il mondo si scolora, così perde colore e senso la vita quando la giovinezza è spenta: ma mentre nel mondo al tramonto segue una nuova aurora, per l'uomo, dopo la giovinezza, non resta che un'aridità desolata.
..."Nobil natura è quella che a sollevar s'ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale; quella che grande e forte mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire fraterne, ancor più gravi d'ogni altro danno, accresce alle miserie sue, l'uomo incolpando del suo dolor, ma dà la colpa a quella che veramente è rea, che de' mortali madre è di parto e di voler matrigna. Costei chiama inimica; e … tutti fra sè confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor, porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune."...
In questo canto il tema è quello della lotta contro la Natura. Leopardi ora esce dalla sua solitudine e ritrova una presenza fraterna nel desolato universo: gli uomini devono guardare in faccia il destino, accettare consapevolmente la "filosofia dolorosa ma vera", costruire un mondo fondato sulla solidarietà nel dolore, e combattere uniti contro la natura maligna.
Se fosse uscito un mese fa, sotto Natale, Il signor figlio di Alessandro Zaccuri (Mondadori SIS, € 17.00) sarebbe risultato, a mio parere, il romanzo più bello del 2006. Non sostengo il più importante, ma certamente il più bello. E' uno di quei casi in cui la letteratura travolge se stessa, esce da se stessa e obbliga il lettore a un'attività immaginifica prodigiosa, realmente spettacolare. Mentre quasi tutti i libri, oggi, sono passibili di diventare film, a causa della loro linearità, della leggibilità scialba che pure, magari, sorregge temi e sovrastrutture importanti, Il signor figlio esibisce una struttura, degli snodi, un sapere e una fantasmagoria - insomma un'umanità totale che è irriducibile al racconto cinematografico per quello che è diventato. Ho scritto che si tratta di un romanzo e ho volutamente sbagliato: questo è un coacervo studiatissimo di scatole cinesi in cui la centrale, la più piccola, contiene tutte le altre, compresa l'esterna. E, elemento non trascurabile, quella di Zaccuri è la lingua più bella della letteratura degli ultimi anni. Ed esiste un motivo preciso per cui lo è.
Il motivo preciso ha in qualche modo a che vedere con la trama, di cui qui intendo dare vaghi lineamenti, perché non sia tolto il piacere di subire i vertiginosi sbalzi, i vorticosi salti di tempo e i molteplici colpi di teatro che l'autore allestisce in questo suo pluriromanzo. Insomma, le cose stanno così: non è vero che Leopardi è morto a Napoli. E' una finta. Il geniale poeta, prosatore e filosofo è stato in punto di morte e si può dire che abbia subìto una morte autentica: iniziatica. Ne esce rinato, trasformato - come da ogni morte iniziatica. Si imbarca su un bastimento, diretto a Londra. Si finge marinaio e male gliene incoglie: un incidente con un cordame gli fora letteralmente le mani, procurandogli stimmate che occulterà nel suo soggiorno londinese. Nel quale, entrato in contatto con certa nobiltà artistica riconoscibile ed entusiasmente, si presenta con l'identità di Conte Rossi detto "Jack", affitta una stamberga e si dà all'Opera. Essa Opera non è un'opera letteraria eppure lo è: è il primo computer semantico della storia, un sistema di fili che reggono schede trattanti ogni argomento, l'universale messo in linguaggio che escresce dal linguaggio. E, al tempo stesso, mentre l'Opera va facendosi complessissima, barocca, immensa ma coerentemente disegnata, il Conte Rossi, mutando nuovamente identità e utilizzando un nickname che sfiora il geniale, inizia a intrattenere una corrispondenza eruditissima, in pura lingua leopardiana, con il suo padre naturale, che, in quanto naturale, è il culmine dell'innaturale: quel Monaldo Leopardi che ha costruito un carcere conscio, anziché inconscio, intorno all'autore dello Zibaldone - il Laio che Edipo non è mai riuscito ad ammazzare. Al Conte Rossi, che propala una lezione di vita tutt'altro che nichilista (chi sostiene il nichilismo di Leopardi, e sono una schiera che è legione, non ha compreso nulla di Leopardi), è presentato un giovane allievo, con cui si instaura un rapporto di discepolato da ashram occidentale, da loggia massonica a due: e si tratta di Kipling padre, John, a sua volta coinvolto, in questa iperuranica macchina del tempo costituita dal romanzo di Zaccuri (che ricorda tanto l'Opera del Conte Rossi), con un rapporto superedipico con il figlio Ruyard. Si arriva alla Grande Guerra, attraverso questi legami che sono misteriosofici e ucronici, ma sorretti da una competenza storica sbalorditiva: imbevutosi di nozioni, Zaccuri [nella foto] ha studiato a fondo le sudate carte, sudando anch'egli, e non soltanto su quelle del grande recanatese. C'è infatti un terzo personaggio, che completa la catena, in presenza e in assenza: è Olivier Messiaen, in campo di concentramento (e quindi si arriva alla Seconda Guerra Mondiale), la cui madre Cécile muore per leucemia e sogna: gli esiti del suo sogno sono la scatola cinese più interna, la minuscola, che contiene tutto il resto. Tutto il resto, dunque, cos'è? E' l'universale umano. In questo libro si dice tutto e si tace tutto. A una testa colpita dalla carie della curiosità, dell'empietà, della tentazione, della malizia e dell'imitazione si oppone un cuore colmo di una fede nell'invisibile, che trabocca pietà ed empatia, che sa narrare più del calcolo cefalico. Qui Mefistofele è alle prese non con Dio, ma con un uomo, e quest'uomo non conosce di Dio null'altro che la presenza, certa, continua, invariabile, allucinante come continuo invariabile e allucinante è il Quatuor pour la fin du temps di Messiaen. "Jack" Leopardi, nella sua eschilea lotta con Monaldo, di cui si tace l'esito scontato, è soltanto uno dei centri, dunque, di questo poligono di tiro letterario, che strozza per suspence e traveste la tragedia con una patina steam, inventandosi un Ottocento filologico che sorpassa di gran lunga la verisimiglianza, come il Medioevo di Notre-Dame straccia la mimesi ed è puro naturalismo ipersperimentale. Un simile lavoro richiede una capacità di compressione disumana: di tematiche, ritmi, eventi - ma soprattutto di coincidenze, sincronie, inedite scoperte, simiglianze se non identità. E' un miracolo. Il culto della Grande Madre, declinato dalla Cibele cartacea di Leopardi ai deliqui della moribonda Cécile, si oppone al conflitto con il Padre, di cui tutto si può dire (è somma autorità, censura insuperabile, divieto cieco e ingiustizia primaria), tranne che la sua statura raggiunge l'elezione, l'erezione di un culto. Il signor figlio, attraverso personaggi emblematici sì, ma connotati attraverso una minuziosa psicologia, profondissima e sagace e financo umoristica, mette in scena la visione di quanto colui che è generato è stato costretto a vedere: l'abissalità del maschio, l'elevazione della donna. Tra le moltissime coppie di opposti che giocano a rimpiattino tra le pagine di questo libro modellato su una coscienza critica decisiva (di cui si dirà tra poco), vale la pena di citare due scene: la catabasi infernale nelle fogne e nelle deviazioni della metropolitana londinese, tra ratti e misteri alla Sue, a cui "Jack" costringe il giovane discepolo, immergendolo nel letame nerissimo di una caccia che ha tutti i risvolti di una nigredo segnalata con cura; e il sogno bianchissimo della valanga montana che Cécile vive fuori del tempo, in uno spazio alternativo che alternativo non è - poichè si tratta dello spazio mentale dell'autore. La risoluzione al problema del Padre sarebbe stata la Madre, se ella fosse sopravvissuta. Non è possibile più schematizzare oltre. Nonostante la perizia linguistica, di marca appunto leopardiana, congelata e rinnovata, nella comprensione che la lingua non è la lingua di superficie, la morte della Madre induce l'autore ad adottare una ritmica ben diversa da quella su cui faceva perno Leopardi quando classicheggiava: una metrica non classica, una metrica non retrogradabile, l'affrancamento definitivo dagli ictus che sono le scene, in perfetta mimesi con la rivoluzione tonale di Messiaen. E quando Leopardi non classicheggia? Fa la stessa cosa. Questa intuizione è decisiva, nello sterminato comparto del romanzo di Zaccuri. Il signor figlio è un comparto estensibile ad infinitum. E' una mela disidratata che, immersa in acqua, spacca il bicchiere, la stanza che lo contiene, la casa che contiene la stanza, allargandosi mostruosamente. Siamo al mostruoso compresso - e compresso attraverso retoriche che Wu Ming 1 e 2 hanno evidenziato con precisione in quello che potremmo definire il loro trattato sul pop o sulla narrazione che sta arrivando. La scelta di Zaccuri cade quindi sulla metrica, apparentemente aritmica e diseguale e sbagliata, e sull'altrettanto apparente inorganicità dello Zibaldone. L'affermazione, inverata attraverso narrazione e non con un teorema critico, è che la fondazione della prosa italiana non risiede nei Promessi Sposi, ma nello Zibaldone. Potremmo definire Il signor figlio uno Zibaldone occultato. E qui ci si addentrerebbe in un elemento scabroso: lo Zibaldone è autobiografico, quindi questo è un romanzo autobiografico. Però Zaccuri concede alla testa, e non al cuore, l'ultima illusione di vittoria: l'autobiografia è negata attraverso l'universalizzazione. Siamo tutti dei "signor figli". Il Padre e la Madre sono archetipi. Eppure il cuore, la fede nell'essere - da cui piovono immagini di caldo gelo e di renovatio mundi - sconvolgono nuovamente i piani. Zaccuri allestisce un mandala e, come fanno i più alti gradi buddhisti tibetani, quando lo completa e vede che è perfetto, lo cancella. E, cancellandolo, cancella se stesso: o, meglio, un pezzo di sé che concerne il passato e una porzione di presente. Si diceva sopra della lingua. Raramente si incontra uno scrittore italiano che abbia una simile vocazione alla lingua perfetta perché errata. Un esempio:
"Mi avete riconosciuto" dice Jack. nella stanza domina la stessa sensazione che si prova quando un saltimbanco interrompe in modo drammatico il proprio gesto, mostrando un muscolo esasperato dalla fatica di sollevare un peso ciclopico, oppure rimanendo sospeso sul filo, in un equilibrio che parrebbe impossibile conseguire e che, invece, a dispetto di ogni verosimiglianza, si protrae per un tempo indefinito, astratto.
Ho scelto un passo che non è assolutamente rappresentativo del pluringuismo con cui il romanzo è costruito. Zaccuri esibisce, sulle tracce di Leopardi, un gusto lemmatico esotico che sorprende. Poche righe più sotto il passo citato, si pensa a "studiare l'indostano, il brammanico, il grandonio e il malabarico". Però si consideri l'estratto, si segua il dolce percorso omofonico che segue la battuta cinematografica: uno strisciare di "s" (nella stanza domina la stessa sensazione che si), ripreso saltuariamente (saltimbanco, gesto, muscolo, esasperato, sollevare, peso, sospeso, impossibile, dispetto, verosomiglianza, si, astratto) attraversando rotture durissime e queste rotture sono lo sbaglio, l'erroneo che il petrarchesco non tollera (e nemmeno Leopardi, a dispetto dei Canti, lo tollerava), sono la deflagrazione cacofonica (drammatico, mostrando, ciclopico, parrebbe, protrae, astratto). Il periodo termina proprio con la sintesi di queste due linee, con la parola "astratto", che mantiene la linea materna delle "s" in confflitto con la rutilante opera maschile della cacofonia. In mezzo al passo, un perfetto endecasillabo "sbagliato" ("si protrae per un tempo indefinito"). E' un sentimento totale della lingua, che governa tutto il libro, perfino nelle più ardite escalation che sono costituite dalle epistole leopardiane a Monaldo. Il signor figlio potrebbe apparire un gioco letterario soltanto a un idiota. Qui siamo avantissimo, nell'elaborazione delle strutture, nell'impiego di una retorica che non è più quella novecentesca e non è nemmeno quella ottocentesca; siamo cioè indietrissimo, in piena Poetica aristotelica, nella messa in scena di stilemi che vanno dall'epico al fantascientifico al mitologico (che sono, poi, la stessa cosa) secondo la sintesi tragica. E, soprattutto, siamo nel cuore bianco e non definitivo di una ricerca metafisica che non ha in sé un mero vuoto da esibire - tutt'altro, siamo nel muscolo cardiaco del più pieno dei pieni, nella domanda incantata e incantevole, priva di risposta linguistica, su come dall'Uno procedano i molti, su come sia possibile e accada che si generi. Su come sia possibile che si generi il figlio, che a sua volta diviene il signore di un nuovo regno. La novità del regno è da attendersi, probabilmente, nel prossimo romanzo di Zaccuri. Qui la questione è il dominio a confronto con l'amore. La terra ha un senso che le è donato: è il compito di ogni autentico scrittore e a questo compito Alessandro Zaccuri ha assolto con una pienezza esaltante.
Comunicato stampa pubblicato venerdì 21 marzo 2008
Atir Teatro presenta CON TUTTA LA POTENZA DELL’ANIMA MIA di Manuela D’Angelo con Barbara Mautino regia Manuela D’Angelo, Barbara Mautino
Una donna si confessa, per spogliarsi delle proprie paure, delle pretese, delle false ambizioni, delle vittorie e delle sconfitte sue come di tutte le donne, in qualunque tempo ed in qualunque luogo siano vissute: è Paolina Leopardi. Inesorabile, intensa, questa donna sfugge a quell’ombra nella quale il destino l’ha relegata, ai piedi di Giacomo. Senza un’età e senza epoca, mostra la sua trasformazione che la conduce a liberarsi del fardello di un passato storico, sociale, ma anche personale, fatto di rinunce. Rinunce a vivere, a far sentire la propria voce, ribellandosi a una vita in cui si deve accontentare di affermarsi attraverso un ruolo che neanche ha scelto ma che sembra spettarle per tradizione. Prima di tutto persona, poi donna, ci apre il proprio cuore e ci rende partecipi del suo grido di farfalla che, stanca di stare stretta in un bozzolo, vuole spiegare le proprie ali e volare, finalmente. Perché è viva. Eccome
"La specie di dolore ch'io sento non fu mai sentita da nessun uomo, perchè mai non fu e mai più non sarà fra gli uomini un'amicizia uguale a quella che mi stringeva al mio adorato Leopardi. Il vòto immenso, infinito ch'io sento nel mio cuore non sarà potuto mai più compiere, perchè degli ingegni simili a quello del Leopardi ne comparisce uno ogni tanti secoli sulla terra. Com'è possibile, Dio mio! com'è possibile di non credere al male in questo infausto pianeta, se Iddio, o il caso, o il fato, o qualunque sia questo potere cieco e tirannico che ci governa, ha potuto consentire che si desse al mondo un amore, una necessità simile a quella che era fra Leopardi e me, e che uno di noi fosse condannato a sopravvivere all'altro! Ahi, mia cara Fanny, ho fatta la tremenda esperienza d'una grande eccezione a una grande regola! Tutto al mondo, il male come il bene, è nello effetto al di sotto di quel che fu nella immaginativa che lo presuppose, salvo il dolore della perdita dei nostri cari, che nell'effetto è al di sopra di quanto potette ne' suoi più strani delirii immaginare la più fervida e sperimentata fantasia! « Leopardi è mancato all'Italia, anzi a tutto il mondo civile, d'una idropisia di cuore che da gran tempo lo minacciava, e incontro alla quale sono stati invano tutti i rimedi che era possibile ai mortali di adoperare. Egli mi spirò fra le braccia mentre eravamo per muovere per la campagna, mercoledi 14 di giugno a ventun'ora, non credendo insino all'ultimo istante di dover passare, finchè un secondo prima non mi disse: Addio, Antonio, non veggo più luce. Io gli accompagnai il polso che salì lentamente, finchè fu spento, gli collai le mie labbra sulle sue, che già fredde non risposero più ai miei baci, e così mi persuasi che non era più. Benchè gettato di ferro dalla natura, se la peste non mi ricongiunge tosto all'amico, la mia salute non risorgerà mai più da questo colpo. « Potete immaginare quale terribile sforzo mi sia dovuto costare in quel primo assalto del dolore il dover provvedere al modo di salvare la sua onorata spoglia dalla confusione universale, ora che per legge austera ed inviolabile tutti i cadaveri de' colerici e non colerici debbono essere trasferiti al Camposanto, che ministri di Stato e personaggi quanto si voglia altissimi, morti o non di colera, sono precipitati in un fosso tra le migliaia... Io non so in qual remota parte dell'anima mia io trovai la forza di ravvolgermi tutta quella notte orribile, e l'altra più orribile ancora, per la, città, e d'ottenere, o più tosto di riuscire a viva forza nell'intento che la spoglia adorata, chiusa in una splendida cassa con quella pompa che le condizioni del tempo consentivano, fosse trasferita nella chiesa di San Vitale l'uori la Grotta detta di Pozzuoli, dove, custodito in una sepoltura a parte, gli sarà fra poco rizzato un monumento, e le sue ossa riposeranno appresso a quelle di Virgilio e di Sannazzaro. Cara Fanny, vi basti sapere che la notte del 15 al tocco fu dovuta dare sotto la lugubre Grotta una specie di battaglia ordinata, non al tutto innocente, che finalmente l'oro divise. « A questo dolore era destinato io dopo sette lunghi anni d'una specie di corrispondenza direi quasi piú che umana con questo ingegno divinissimo, accanto al quale passava tutto il dì e grandissima parte della notte a discorrere le più sublimi ragioni della filosofia, della storia, e di qualunque cosa v'ha o vi fu tra gli uoniini di bello o di grande. Ma quando seppi e vidi e messi con queste mie mani la sua spoglia in salvo, le forze mi abbandonarono. Mi ritrassi in un sobborgo della città dove ho creduto a questi ultimi dì che insieme con le forze volesse abbandonarmi la ragione. Perchè mi sorprendo spessissimo a vederlo e udirlo accanto a me, e parlargli (nè vi racconto già favole) come a persona viva e vera. « Addio, mia cara Fanny, vi scrivo da una città confusa e desolata, dove tutto ciò che ti circonda è morte e lutto. Siamo a duemila casi il dì, e i morti in proporzione, dico la sola città senza i contorni; e non crediate a giornali. Il male cresce sempre, e la strage incredibile fra la quale mi trovo, che farà in breve crescere l'ortica lungo Toledo, è una spezie di fiero conforto al mio cuore sdegnato degli uomini e della divinità o di qualunque cosa o si vede o s'immagina. Addio. Ho scritto per ora una breve notizia di quell'altissimo ingegno, che ho mandato al Progresso. Addio. Scrivetemi.
« Il vostro disperato
« A. RANIERI ».
« PS. D'Aquino venne a vedermi pochi dì sono, e il dì stesso morì in tre ore di colèra ».
DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE
Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo? Venditore. Si signore. Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo? Venditore. Oh illustrissimo si, certo. Passeggere. Come quest'anno passato? Venditore. Più più assai. Passeggere. Come quello di là? Venditore. Più più, illustrissimo. Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore. Signor no, non mi piacerebbe. Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi? Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo. Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo? Venditore. Io? non saprei. Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice? Venditore. No in verità, illustrissimo. Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero? Venditore. Cotesto si sa. Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse. Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? Venditore. Cotesto non vorrei. Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? Venditore. Lo credo cotesto. Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? Venditore. Signor no davvero, non tornerei. Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque? Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti. Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo? Venditore. Appunto. Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Venditore. Speriamo. Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete. Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Passeggere. Ecco trenta soldi. Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Conosciuta la notizia della morte di Leopardi così scrive a Ranieri, dopo un periodo di un paio d’anni di silenzio, il 24 giugno 1837:
La disgrazia della morte del povero nostro Leopardi mi ha annientata; sì pel bene che gli volevo, sì pella perdita fatta; sì pell’interesse che io prendo, a tutto ciò che vi riguarda. Io partecipo grandemente al vostro dolore, io sento il vuoto che proverete nelle vostre abitudini, e quel male che cagiona la perdita d’un’amico che si amava, e stimava, male che le parole non valgono ad esprimere, male che il tempo non basta a dissipare. Quantunque io sappia e creda fermamente che io non sono nulla per voi, pure pagherei non so cosa per potervi vedere almeno un’ora in questa circostanza! mi pare che io sarei più contenta, perché potrei non fosse altro accertarmi del genere di dolore che patite, e non figurarmi sempre il peggio come io faccio. Voi sarete forse in collera meco perché non vi ho scritto, ma la vostra ultima lettera era tale, da diacciare un cuore più freddo del mio, da reprimere ogni espansione amichevole, da farmi sentire che per certi sentimenti noi siamo agli antipodi, che voi non avete mai letto nella mia anima, e che non vi le