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6月14日 Ciao Giacomo
sabato 14 giugno 2008 Per rendere più completo il nostro Speciale maturità e soprattutto per ricordarne la morte, pubblichiamo la biografia del grande poeta, filosofo e scrittore nato a Recanati il 29 giugno 1798 e morto a Napoli il 14 giugno 1837. Giacomo Leopardi, che era fisicamente cagionevole ma di grandissima precocità intellettuale, si ritira nella fornitissima biblioteca paterna dove si rifugia nello studio. È un periodo deleterio per il suo fragile fisico e che in epoca successiva il poeta ricorderà, forse con una punta di rimpianto, come i “sette anni di studio matto e disperatissimo”. Sono anni di formazione in cui il giovane si costruisce un cospicuo bagaglio culturale (imparò il latino, il greco e l’ebraico) e compone opere di grande erudizione quali la “Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811” (1813) e “Il saggio sopra gli errori popolari degli antichi” (1815). Tra il 1815 e il 1816 si viene definendo quella che è la sua autentica vocazione attraverso la “conversione letteraria”, ovvero l’inizio della produzione poetica con “Le rimembranze” e l’“Appressamento della morte”. Dal 1817 comincia a redigere le note, gli appunti, le riflessioni filosofiche e letterarie che verranno poi raccolte nello “Zibaldone”. Intanto il suo isolamento viene interrotto dalla corrispondenza con Pietro Giordani, un importante figura di intellettuale che lo incoraggia e accoglie affettuosamente i suoi sfoghi per la vita a Recanati. Hanno detto di lui: “Ciò che caratterizza la personalità leopardiana è un impegno appassionato, “eroico” per il suo strenuo bisogno e coraggio di intransigenza intellettuale e morale, che porterà il Leopardi ad impostare ed esaurire fino in fondo – con l’ausilio di una mente vigorosa e implacabile – successive posizioni ed esperienze che riprendono la grande eredità del pensiero settecentesco rinnovandola energicamente alla luce della problematica primo-ottocentesca sia che il Leopardi attacchi lo “snaturamento”, l’alienazione dell’uomo dalla natura, sia che poi viceversa aggredisca, con più matura persuasione, gli inganni ed i miti ottimistici e provvidenzialistici che mistificano la reale condizione dell’uomo e il vero volto della natura e dell’ipotetico suo creatore. Al centro vi è una inesausta passione per l’uomo (anche quando appaiono elementi misantropici, di un amore deluso, “par trop aimer les hommes” per dirla con Stendhal in “Lucien Lowen”), per la sua integrità. Sia che essa venga ritrovata nella sua adesione alla natura e alle illusioni generose da quella generate; sia che essa venga poi confermata nella sua virile capacità di riconoscere la sorte misera e tragica, senza accettarla in maniera passiva e rassegnata.” (Walter Binni) “E proprio questa esigenza di smascheramento degli “errori barbari” del cattolicesimo che fa superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del 'valore sociale del vero' (per usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella 'fiera compiacenza' che è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai preclusa, l’ultima e paradossale forma di 'virtù' classicheggiante.” (Sebastiano Timpanaro) “Nessuna poesia, come questa, sembra ignorare ascoltatori e lettori: il Leopardi non parla a noi, ma ci fa partecipi di un momento della sua vita interiore: il suo linguaggio non è quello di chi dichiara ad altrui una esperienza compiuta, ma quello con cui l’uomo si rivolge a sé medesimo” (Mario Fubini) “L’adesione di Leopardi al classicismo in realtà resta assai forte, come mostrano la sua base filologica e letteraria, sia le sue scelte linguistiche e formali, che non si allontanano mai da una razionalità comunicativa, sia i suoi orientamenti filosofici, sempre legati ai fondamenti del razionalismo illuministico; e nettissimo è in ogni momento il suo distacco, anche polemico, dal Romanticismo italiano, dal suo modo di guardare alla storia, dalle sue tendenze religiose, dal suo moderato progressismo. Ma Leopardi non cerca un classicismo come armonico equilibrio e modello di comportamento sociale: dal classicismo egli ricava piuttosto una spinta agonistica, una volontà di esperienza 'forte' ignota ai romantici italiani; e così finisce col rompere alcune forme tradizionali di comunicazione, giungendo a una poesia assolutamente originale, estranea sia agli schemi classicisti sia a quelli romantici.” (Giulio Ferroni) Ultimo aggiornamento ( sabato 14 giugno 2008 )
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