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5月25日

Paolina

Paolina Leopardi di Stazio (forum Leopardi
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Paolina Leopardi di Stazio (forum Leopardi)
Ella fu tanto simile a Giacomo, e come successe anche per Carlo, le loro vite si fusero quasi nelle simili speranze e nelle simili aspirazioni di gioia e felicità. Le illusioni di un matrimonio, come giustamente ricordava Lilian, furono molto dure ad abbandonare il suo cuore, ed ella sperò fortemente di poter abbandonare palazzo Leopardi, ma non vi riuscì mai. A proposito del suo matrimonio e del Canto a lei dedicato vorrei ricordare qui, trascrivendo, una testimonianza autorevolissima. “Canzone composta nell’autunno dell’anno 1821, quando Paolina Leopardi doveva andare sposa a un tale Andrea Perolidi Sant’Angelo in Vado nell’Urbinate, auspice di tal matrimonio un sacerdote originario di quei luoghi, don Natale Fucini, che Giacomo in qualche lettera ai suoi mette garbatamente in burla. Nel pacchetto X delle carte napolitane si conserva l’autografo che reca appunto la data suddetta, benchè taluno abbia letto 1822, perché vi si vede una correzione che lascia scorgere insieme un 2 e un 1. Questo però supera il primo numero, mostrando così di essere stato scritto posteriormente a correzione di quello. Ma anche ammettendo qualche incertezza nella scrittura (che non è), basta avere un po’ di familiarità coll’epistolario leopardiano per essere persuasi che questa poesia deve essere dell’autunno 1821. Infatti il 26 ottobre di quell’anno Giacomo scriveva al Giordani: “Paolina andrà sposa di un signor Peroli a Sant’Angelo in Vado, ma non prima di questo gennaio, come già ti scrissi ( il primo annunzio è del 6 agosto) e forse a primavera.” Il matrimonio poi non ebbe effetto; ma il Giordani che per un intero anno non aveva avute più lettere di Giacomo, nel gennaio del 1823 dimandava a questo, se la sorella era contenta della sorte e se aveva figli. Allora invece tentavasi combinare il matrimonio con un vedovo, col Cav. Marini, Direttore generale dei catasti a Roma, ma fu un’illusione della famiglia Leopardi. Appresso s’ebbero trattative con Raniero Roccetti di Filottrano, sul quale s’era posto l’occhio da qualche tempo, come appare dalla lettera di Carlo, 9 febbraio 1823, al fratello, ma queste pure sfumarono. E venne di nuovo in campo il Peroli. “questo buon uomo, scriveva Monaldo il 30 gennaio 1825 a Giacomo ch’era a Bologna, sentendola libera dal trattato di Roccetti, venne qua, e tutto fu combinato. Sposeranno, se a Dio piace, a novembre.” Ma da novembre le nozze furono differite al carnevale, dal Carnevale a Pasqua, da Pasqua a settembre, finché Peroli si stancò. Così i trattati di matrimonio per Paolina andarono tutti come le pratiche di Giacomo per un impiego.” [I Canti di Giacomo Leopardi, commentati da Giuseppe Piergili, G.B. Paravia e Comp. 1905. Pg.33] Ora che sappiamo di più su come la fanciulla visse nelle illusioni di un matrimonio, possiamo capire quanto ella soffrì quando vide svanire davanti, per motivi che non sappiamo, od almeno che io non so, le possibilità di una vita “realizzata”. Certo è che Paolina visse sempre sotto lo scacco della Madre, ed amò terribilmente il padre che assistette fino al capezzale. La madre era per lei una forza limitatrice, uno spettro che non le permetteva di esprimere se stessa a pieno, e questo ci è testimoniato sia dalle sue stesse lettere che da quanto ci dice la Teresa Teja Leopardi su quella che fu la sua cognata e la sua più cara amica, forse non senza interesse, durante il suo matrimonio con Carlo. Difatti ella ci racconta nella sua opera “Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia” che benché Paolina amasse fortemente la madre, ella non fu mai né una amica per lei, e né una vera madre, e quella carenza di affetto ella la riversava in qualsiasi rapporto umano che le si proponeva innanzi nella vita. Con le sue corrispondenti fu sincera ed amica fedelissima, mentre con gli uomini che si avvicinarono a lei dopo la morte di Giacomo, e dopo quella anche di Carlo, ella fu ingenua, si fece abbindolare da qualsiasi di questi spasimanti amatori del defunto fratello, depredando letteralmente l’archivio di famiglia, donando lettere e importanti autografi e libri a chiunque ne chiedesse in dono in nome della propria passione Leopardiana. In questo modo sono andate perdute moltissime lettere (basti pensare al caso Viani), molti scritti anche di Monaldo presumibilmente, ma soprattutto il manoscritto della canzone All’Italia, una perdita immensa per la filologia Leopardiana, per non parlare di altri manoscritti come quelli di altre opere. Monaldo la definì “tutta di tutti” e non errò credo, ma ella era così solo perché non trovò quella corrispondenza di amorosi sensi che tanto ella cercò e sospirò. Nel 1828 immagino che ella fu colpita da un dolore immenso quando morì il fratello Luigi. In Carlo quella perdita provocò un dolore immenso, tanto che abbandonò la casa paterna e nel 1829 contro il veto di Monaldo sposò la cugina Paolina Mezzagalli. Le due figlie che nacquero da questo matrimonio morirono, una appena nata e l’altra ad appena 11 anni, e possiamo immaginare il dolore che Paolina provò. Il 1847 vide la morte di Monaldo. Nel 1851, dopo che era morta anche la prima moglie di Carlo, che era sempre stata sin dall’infanzia amica di Paolina, morì anche Pietruccio come lo chiamavano (Pier- Francesco) e che dettò come ultimo suo atto di vita una lettera alla sorella Paolina. Il 1857, con la morte di Adelaide. Dopo la morte della madre ella amministrò i beni della famiglia che erano risaliti all’antico splendore. Infatti ella poté disporre di parecchio denaro, ampliò la biblioteca con acquisti anche ingenti di collezioni intere di libri per lo più di moderna letteratura, che era quella sulla quale ella si concentrava maggiormente, e diede una nuova faccia agli interni del palazzo, rimodernando gli arredamenti della camere e dei saloni. Fino ad allora, ci è tramandato, ella doveva farsi bastare quei pochissimi soldi per le proprie esigenze di vita che la madre le passava mensilmente e che a malapena bastavano a coprire le spese delle elemosine. La sua morte arrivò a Pisa, dove si era recata per poter visitare quei luoghi che tanto aveva sentito elogiati dal fratello e dove egli trovò il suo Risorgimento. Ella si recò lì ed alloggiò nel più lussuoso degli alberghi, e vi morì, dopo aver destato la curiosità del bel mondo Pisano che annunciò su una gazzetta la venuta della sorella del poeta e poi la sua morte. Tutto ciò avvenne il 13 marzo del 1869. La Teja ci tramanda queste parole sulla sua morte “Ma una gita imprudente ch’essa fece a Firenze su fine di febbraio, le cagionò una bronchite alla quale dovette soccombere. Arrivando a Firenze mi scriveva, che la mia lontananza era troppa perdita per lei, e che teneva alleviare la sua profonda tristezza col mutar sito. Tornò ben tosto a Pisa; ma soltanto per gettarsi a letto e dopo pochi giorni morire. Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa l’11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi colla sua grazietta infantile. “Hai fatto bene a venire, perché non so come avrei continuato a scrivere”. Spirò alle 2 ant. Del 13, edificando quanti la circondavano, colla sua pietà e rassegnazione.
A presto e spero di non essere stato uno St(r)azio!
Lorenzo
P.S. per altre notizie sulla amministrazione del patrimonio Leopardi da parte di Paolina, del rapporto suo con la Teja e di quello che ebbe con i nipoti, rimanderei a Storie di casa Leopardi

A proposito del terremoto in Cina

Ripropongo qui un articolo bellissimo di Antonio Prete, che può benissimo riguardare il terremoto che ha colpito i fratelli cinesi. Il pensiero di Giacomo è sempre attuale.

Lo tsunami e la ginestra di Leopardi
di Antonio Prete

Corpi lucenti su cartoline da eden e corpi sfigurati e straziati, sabbie con palmizi da pubblicità dell'altrove e cumuli di macerie tra fanghiglia e detriti. Le seconde immagini divorano le prime. Il disastro cancella ogni esotismo, annulla il prima della tragedia, ne mostra l'effimera consistenza. Il maremoto va al di là della sua area di impatto, scivola tremendo nelle regioni dell'Europa, nei suoi miti d'evasione, nel suo altrove formato pacchetto turistico. Ma il disastro si abbatte con maggiore ferocia sulla povertà e sulla miseria delle popolazioni locali, su paesi privi di ogni difesa, di ogni allarme, lontani anche da quel poco che la scienza ha potuto costruire quanto a sistemi di previsione. Appare, in una concentrazione spazio-temporale, e in maniera fortemente intensiva, quella distruzione dei viventi che la storia degli uomini persegue da sempre con le guerre e in modo assiduo, instancabile, violentissimo.

Se il disastro provocato dalla natura, dalla sua attività ed energia, è per così dire dispiegato alla vista e ai pensieri degli uomini, tutto esposto nella sua violenta e rapidissima crudeltà, il disastro delle guerre è reso opaco e in certo senso anestetizzato dalle pretese giustificazioni, dalle strategie, dalle esibite ragioni politiche, dal fatto che è diffuso in uno spazio geografico estesissimo, dall'abitudine alla notizia, dallo stesso nascondimento delle immagini: può anche accadere l'assurdo, com'è spesso accaduto, che cioè la guerra -distruzione sistematica degli esseri viventi e della stessa natura- possa essere ritenuta necessaria.
Un disastro e l'altro disastro sono due forme dello stesso tragico. Commuoversi sull'uno e tacere sull'altro significa guardare solo dove i corpi straziati sono immagine, presenza, dove la morte appare prossima, possibile, contigua. Il primo disastro appartiene alla physis, appartiene a quel "ciclo di produzione e distruzione" che gli illuministi vedevano come proprio della natura, della sua vita.
Il secondo disastro è frutto della violenza distruttiva portata da una ratio politica che pensa la guerra come strumento di dominio e di ordine, anche se maschera tutto questo con propositi democratici o, qualche volta, umanitari. Se molto poco l'uomo può dinanzi alla natura che distrugge ­e quel poco, che consiste nel prendersi cura del paesaggio naturale, nel rispettare la sua armonia, le sue leggi, il suo equilibrio, spesso è eluso o negato- molto può invece dinanzi all'altro ordine distruttivo che è rappresentato dalle guerre.

Da più parti si scrive questi giorni, dinanzi alle immagini di miseria e abbandono che vengono dal Sud-Est asiatico, di un "senso di colpa" dell'opulento e finora indifferente Occidente. Per attenuare questo senso di colpa, il rimedio sarebbe molto semplice, di quella semplicità che la politica spesso riconosce come ingenua o utopica o appunto impolitica: dislocare le spese militari, trasformarle in soccorsi e ricostruzione, dislocare gli eserciti di occupazione e trasformarli in eserciti di aiuto civile alle popolazioni colpite. Riprendere il discorso ­planetario- sul disarmo dovrebbe essere il primo atto di una possibile solidarietà.

Perché è ipocrita soccorrere da una parte e distruggere dall'altra. Si è riflettuto, questi giorni, sulla catastrofe, sul pensiero intorno alla catastrofe. Dopo il disastro di Lisbona del 1755 deflagrò nel sapere degli illuministi l'illusione ottimistica, e si avviò una riflessione che da Voltaire via via fino a Leopardi sottrasse certezze al sogno o progetto della "pubblica felicità": la catastrofe aveva messo allo scoperto la fragilità dell'individuo, del corpo individuale, la sua caducità, la sua insignificanza dinanzi alla lingua della natura, ma anche aveva mostrato l'incongruenza di una urbanizzazione che non assecondava le forme della natura, aveva infine mostrato quanto profonda fosse la distanza dalla natura perseguita strenuamente dalla civiltà.

Leopardi, dall'Epistola in versi di Voltaire "sur le dèsastre de Lisbonne" prende soprattutto l'ironia amara sull'ottimismo societario dei filosofi moderni, i quali pretendono di fare "des malheurs de chaque être un bonheur gènèral" ("dell'infelicità del singolo una felicità universale"): Zibaldone, 4175, 22 aprile 1826. Ma la meditazione leopardiana sulla catastrofe è consegnata, come tutti sanno, ai versi della Ginestra ("un'onda / di mar commosso" fa pensare all'evento tragico del Tsunami). Non è certo questo il luogo di un commento ad uno dei più grandi testi della nostra poesia, valga solo l'invito alla lettura, alla rilettura.

Tra i tanti straordinari passaggi, ce n'è uno che lega la riflessione sulla distruzione operata dalla natura alla riflessione sulla guerra (in molti passi dello Zibaldone Leopardi parla delle guerre moderne, considerate come effetto della congiunzione tra astrazione e violenza: la tecnica, propria della civiltà, astrae dal corpo del singolo, dal suo essere senziente e vivente, rendendolo invisibile, puro anonimo numero). In un passaggio della Ginestra il poeta dice che tra gli uomini "nobil natura" è quella che è in grado di riconoscere la propria condizione di sofferenza, quella che, sollevando gli occhi, senza veli, al "comun fato", accetta il proprio limite, "né gli odii e l'ire / fraterne, ancor più gravi / d'ogni altro danno, accresce / alle miserie sue . . . "

Le guerre, infatti, aggiungono miseria a miseria, distruzione a distruzione. Invece il legame tra i viventi, il considerare gli uomini "tutti fra se confederati" dinanzi alla violenza distruttiva della natura, e l'accettare la condizione umana di esposta mortalità, può dare nuovo fondamento ("altra radice") al "conversar cittadino", ma anche a "giustizia e pietade". E' insomma a partire dal riconoscimento della finitudine che appare necessario il legame tra i viventi: da qui si può ricomporre un principio di convivenza che non aggiunga la distruzione umana a quella naturale.

Ma è con l'immagine stessa del fiore che il bellissimo testo poetico consegna alla nostra meditazione sulla catastrofe una figura che è pensiero del tragico, pensiero nel tragico. La ginestra è il fiore del deserto, della lava, della distruzione. Per questo sa della sua mortalità. La finitudine è il suo orizzonte. Il sapere della morte è il suo respiro. La sua fragilità, la sua esposizione alla morte la sottraggono all'orgoglio di un preteso dominio sulla natura e sulla vita, la sottraggono all'illusione, propria degli uomini, di poter opporre al declino e al destino una storia progressiva, con le sue magnifiche sorti. La ginestra vive nella finitudine, nella sua consapevolezza, ma pur stando in questo orizzonte che accetta il limite, "consola" il deserto, cioè quello che è intorno a lei, lo consola con quello che ha di più impalpabile, e leggero, e invisibile: il profumo.

Testimone della distruzione, il fiore del deserto, nato sulla lava, non rinuncia al suo essere appunto un fiore, al suo colore, non rinuncia alla sua esistenza leggera e profumata. Questa fragilità che agisce non nell'orizzonte del potere -potere sulla natura, sulle cose, sugli uomini- ma solo nell'orizzonte della finitudine è, certo, la lingua stessa della poesia.

Ma è anche, per gli uomini, l'indicazione di un modo d'essere. Di uno stare al mondo. Il fiore sull'abisso: la vita stessa.

questo articolo è apparso su Liberazione del 5 gennaio 2005

5月7日

Paolina


 

5月3日

La figura dell'eroe

La figura dell’eroe

LA FIGURA DELLEROE

Con Leopardi entra in crisi il concetto di eroe come portatore di ideali in quanto egli li definisce vane illusioni.

Nella prima fase della poetica (il pessimismo storico) egli individua uno stato di Natura per sempre perduto in cui gli uomini vivevano felici grazie alla protezione della Natura benevola, che permetteva di coltivare i valori non ancora considerati caduchi ("La ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola" , Zibaldone, [14], pag. 10).

Gli unici eroi furono i classici in quanto vivevano in una condizione molto simile a quella dello stato di Natura credendo nelle illusioni non ancora distrutte dalla conoscenza .

Leggendo i classici, però, Leopardi scopre che anche in passato gli uomini conoscevano il dolore e scrive le due Canzoni del suicidio sulle tristi vicende di Bruto e della poetessa Saffo.

Ora la Natura è considerata "matrigna", negli uomini prevale un lucido raziocinio che distrugge gli ideali, riconosce l’ineluttabilità del dolore e aspetta la morte senza temerla.

Leopardi rinnega il suicidio sulla base della sofferenza comune e della solidarietà: il suicidio è la scelta più lucida e naturale per l’individuo, ma non spetta all’uomo infliggere ulteriori dolori ai suoi simili.

La fase del titanismo è caratterizzata dalla concezione di solidarietà espressa nel "Dialogo di Plotino e Porfirio", nel "Dialogo di Tristano e di un amico" e nel Grande Idillio de "La Ginestra".

Gli uomini hanno accettato la "filosofia dolorosa, ma vera" e respinto le illusioni e perciò decidono di unirsi per sfidare la Natura in una battaglia persa in partenza.

Se Foscolo ha potuto travalicare le sconfortanti conclusioni della ragione attraverso la fede nelle "illusioni", se Manzoni ha potuto approdare dall’iniziale formazione materialistica alla consolazione di una fede positiva, Leopardi afferma un materialismo rigoroso che riconosce il dolore ineluttabile e fonda su tale consapevolezza una nuova morale laica, invitando gli uomini a sostenere l’impari lotta contro la Natura stretti da un tenace vincolo di solidarietà.

..."ISLANDESE:..appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.

NATURA: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?...sempre ebbi e ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità...quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione...ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo"...

da DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE  ­

Questa Operetta Morale ha una grande importanza perché contiene la riflessione conclusiva di Leopardi sul problema della relazione tra l'uomo e la Natura. Precedentemente aveva definito la Natura benigna preoccupata di mascherare il dolore del vivere; ora, invece, concepisce la Natura come una potenza cieca e meccanica, indifferente alla sorte degli uomini.

..."Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme...per compiere nel miglior modo questa fatica della vita...E quando la morte verrà, allora non ci dorremmo: e anche in quest'ultimo tempo, gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che poi...ci ameranno ancora."...

da DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO  ­

In questa Operetta viene inserito per la prima volta il concetto di solidarietà, individuato nella conclusione del Dialogo, quando Plotino dissuade Porfirio dall'intenzione di suicidarsi; infatti Plotino descrive, al suo compagno, un'umanità unita da un fraterno legame d'amore e di reciproca pietà. Inoltre il poeta cambia il suo atteggiamento nei confronti del suicidio: ora, per lui, è un atto disumano, contrastante con la vita degli affetti dell'intera umanità.

..."Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor...
...Ogni più lieto
giorno di nostra età primo s'involva.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
han la tenaria diva,
e l'atra notte, e la silente riva."

da ULTIMO CANTO DI SAFFO  ­

In questo canto, la poetessa greca Saffo, sarebbe stata bruttissima e per questo respinta da Faone, da lei appassionatamente amato. Per questo motivo si sarebbe uccisa gettandosi dalla rupe di Leucade. Il canto è infatti il monologo della poetessa prima di morire, in cui vengono accusati la Natura e il destino colpevoli di averle reso impossibile la felicità negandole la bellezza e di averla condannata a una vita dolorosa e vana.

..."Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s'anco mezza la via
lor non si desse in pria
della terribile morte assai più dura.
D'intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovar gli eterni
la vecchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non più dato il bene"...

da IL TRAMONTO DELLA LUNA ­

Questo è l'idillio della morte, del lento morire, dell'appassire della vita dopo la fine della giovinezza e delle illusioni. Come al tramontare della luna, il mondo si scolora, così perde colore e senso la vita quando la giovinezza è spenta: ma mentre nel mondo al tramonto segue una nuova aurora, per l'uomo, dopo la giovinezza, non resta che un'aridità desolata.

..."Nobil natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
fraterne, ancor più gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de' mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e …
tutti fra sè confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune."...

da LA GINESTRA O FIORE DEL DESERTO  ­

In questo canto il tema è quello della lotta contro la Natura. Leopardi ora esce dalla sua solitudine e ritrova una presenza fraterna nel desolato universo: gli uomini devono guardare in faccia il destino, accettare consapevolmente la "filosofia dolorosa ma vera", costruire un mondo fondato sulla solidarietà nel dolore, e combattere uniti contro la natura maligna.

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Sezione curata da Barbara Lanteri, Elisa Principe